L’archivio come storia viva, identità e memoria.

Carte des costes depuis Genes jusqu'à Villefranche, 1685 © Bibliothèque nationale de France
Carte des costes depuis Genes jusqu'à Villefranche, 1685 © Bibliothèque nationale de France

di Elena Inchingolo


“Il futuro si inventa con frammenti del passato”.


Erwin Panofsky


Oggi, a causa del progresso e dello sviluppo delle nuove tecnologie, in un clima di incertezza ed instabilità, dettato da nuove modalità percettive e da uno sfruttamento mediatico ed estetico della storia e dei suoi rivolgimenti socio-politici e culturali, è cresciuta la volontà di ri-vedere e ri-appropriarsi della propria memoria culturale come presa di coscienza individuale e collettiva.

Anche attraverso l’arte è stato possibile affrontare e riflettere su tali problematiche, conferendo nuova vita alla funzione civile della cultura.

L’artista è sempre stato interprete degli scenari sociali, politici e culturali in cui ha vissuto: nel nostro tempo si presenta come creatore e consumatore di immagini, dotato di uno sguardo antropologico e portavoce della visione e del ricordo collettivi.

Nell’ambito contemporaneo, grande rilievo è stato attribuito anche al concetto di archivio come forma di sedimentazione culturale e quindi di conoscenza visiva utilizzata dall’arte, come “luogo” che attiva il pensiero e incoraggia il dialogo.

In questo senso l’archivio può essere inteso come dispositivo processuale che da un lato «negozia, contesta e avvalora il potere sociale, dall’altro plasma e ri-configura la memoria» (1) permettendo di reinterpretare le testimonianze del passato e di documentarsi sulle motivazioni degli avvenimenti odierni.

L’archivio possiede l’eccezionale facoltà di trasmettere sapere a persone «temporalmente, geograficamente e anche culturalmente lontane» da colui che lo ha prodotto, pur conservando in sé «i propositi, le visioni e i codici originari» (2).


Seguendo questa direzione interpretativa nasce La Liguria dal mare.

Inizialmente proposta espositiva in presenza, è diventata, oggi, strumento di confronto e fruizione digitale, a favore di una visibilità allargata ed inclusiva.

Il progetto si configura come esito della ricerca bibliografica e iconografica di documenti d’archivio, custoditi presso la Bibliothèque de la Marine du Service Historique de la Défence di Vincennes e la Bibliothèque nationale de France di Parigi, posti a confronto con una selezione di diapositive provenienti dal fondo finalese Piero Vado.

Di quest’ultimo si è analizzato in particolare la sezione che Piero Vado (Livorno 1923 – Savona 2003) artista eclettico, livornese di nascita e savonese d’adozione, intitolò Vedute dal mare da Est ad Ovest. Un’indagine profonda e quasi ossessiva, che lo portò a fotografare la costa ligure, a partire da Ventimiglia fino alle Cinque Terre, in un percorso suggestivo che racconta la Liguria da un punto di vista naturalistico e antropologico, alla fine degli anni Ottanta.

Vado fu testimone del cambiamento urbanistico e socio-culturale del suo tempo e, da artista, si adoperò a documentarlo con il suo linguaggio espressivo.

Egli realizzò circa cinquecento riprese, oggi conservate come diapositive di forma quadrata - 6 cm per lato - presso la Banca delle Immagini, sezione speciale della Biblioteca Mediateca Finalese, insieme all’intera opera fotografica, dalla consistenza di circa ottantamila scatti, donati al Comune di Finale dalla famiglia dell’autore.


Per il progetto sono state scelte 36 diapositive di Piero Vado, che riprendono il tratto di costa da Genova a Ventimiglia, in un excursus a ritroso da Genova verso la Francia, che ha preso ispirazione dalla tavola Carte des costes depuis Genes jusqu'à Villefranche, custodita presso la Bibliothèque nationale de France. Si tratta del primo dei 18 disegni acquarellati, posti a confronto con gli scatti di Piero Vado, in due ideali orizzonti paralleli che raccontano i mutamenti territoriali e socio-politici attraverso il tempo. 

Le tavole raffiguranti la Riviera ligure di Ponente sono conservate presso gli archivi francesi sopracitati e furono realizzate dall’ingegnere Jacques Pétré, tra i mesi di aprile e giugno del 1685.

Erano gli anni della redazione della cosiddetta “Carta del Mediterraneo” (1679-1685), quando Luigi XIV, “Re di Francia e Signore dell’Europa” aveva organizzato una campagna di rilevamenti costieri, per monitorare e mappare le coste del Mediterraneo, in previsione di un possibile scontro via mare, con la nemica Spagna.

L’intento era redigere una “carta portolano” che potesse essere più “esatta e sicura” delle carte nautiche tardomedievali e contenesse misurazioni e “vedute dal mare” dei luoghi principali delle coste con scogli, rade, ancoraggi, porti, ripari e fortezze.

La precisione e la segretezza dovevano essere le caratteristiche fondamentali di questa missione in cui prevalevano motivi di strategia e tattica militare.


Pétré rivelò un forte senso espressivo della “veduta” e una grande abilità grafica ed estetica che sapeva coniugare ad una cultura progettuale di taglio moderno.

Attento alla coloritura e alla resa tridimensionale, grazie ad una maturazione del segno che accresceva la natura informativa degli elaborati attraverso una puntuale ricerca grafica, sembrava trasformare il rilievo frontale della “veduta di costa” in “veduta pittorica”. I disegni di Pétré, a tratto ed acquerello, evocano, con visualità matura ed effetti cromatico-dimensionali sorprendenti, l’immagine espressiva di un vero e proprio paesaggio, che nei portolani a stampa emergerà solo nel 1800, dopo la nascita del vedutismo e l’impiego della camera ottica.

Tutte le riprese di Pétré, da lontano e da vicino, sono rispettose delle caratteristiche dei luoghi mantenendo sempre gli stessi parametri nel rilievo diretto, nella sintesi figurativa e nella tecnica.


In particolare, la più autentica e dettagliata riguarda l’abitato di Finale Ligure, che in quei tempi era una base spagnola. Per proporzioni cartografiche essa acquista il carattere di una specifica rilevazione topografica che si estende dal litorale al perimetro delle grandi fortificazioni retrostanti che identificano le linee del “paesaggio” di Finalborgo. (3)

Esso sorse alla fine del XII secolo in seguito alla riorganizzazione territoriale attuata dopo il 1185 dal Marchese Enrico II Del Carretto. Il Borgo del Finale si collocava in un punto strategico delle strade che collegavano Finale con la regione dell'Oltregiogo (4), dove i Marchesi Del Carretto detenevano ampi possedimenti ed esercitarono la propria egida fino agli inizi del XVIII secolo, quando il borgo fu venduto a Genova. (5)


È quel “paesaggio”, come tutti quelli presenti in mostra, a rievocare l’idea del panorama, della veduta, cioè di “un insieme di elementi” che, efficacemente colti con il mezzo fotografico e la sensibilità pittorica, esaltano il senso intuitivo ed estetizzante dell’osservatore.

Le due fonti che interpretano il paesaggio costiero ligure si giustappongono, presentandosi come due orizzonti paralleli che il fruitore percepisce e rielabora nel suo intimo, immaginandone nuove visioni.


La Liguria dal mare si propone così come dispositivo culturale di valorizzazione del territorio ligure, attraverso l’arte e la storia. Con lo studio e la comprensione del passato, promuovendolo e attribuendo nuove chiavi di lettura al presente, si conferisce rinnovato potere alla cultura come memoria, identità ed esperienza condivisa.


(1) Cristina Baldacci, Archivi impossibili. Un’ossessione dell’arte contemporanea, Johan & Levi Editore, Monza, 2016, p. 26


(2) Ibidem


(3) Ennio Poleggi, Carte francesi e porti italiani del Seicento, Sagep Editrice, Genova, 1991


(4) Liguria (parte settentrionale della città metropolitana di Genova) Piemonte (parte meridionale della provincia di Alessandria) Emilia-Romagna (3 comuni nella parte sud occidentale della provincia di Piacenza) Lombardia (1 comune nell'Oltrepò pavese meridionale)


(5) Gli statuti del Finale, promulgati da Antonio Del Carretto nel 1311, regolavano la vita e le attività del Borgo, imponendo rigide norme urbanistiche sul modello delle principali città medievali. Il Borgo murato resistette a lungo all'assedio genovese durante la guerra del Finale, tra il 1447 e il 1449, anno in cui venne distrutto ad opera dei Genovesi. Nel dicembre 1450, Giovanni I Del Carretto riconquistò il marchesato e avviò la ricostruzione di Castel Gavone e del Borgo, dove vennero rialzate le mura con nuove porte urbane. La seconda metà del Cinquecento costituì per il Finale una fase particolarmente travagliata, coincisa con il governo di Alfonso II (1546-1583), durante il quale si concentrarono sull'antico marchesato le mire di Genova e della Spagna, che nel 1598 occupò militarmente il Finale. Il periodo spagnolo vide un iniziale momento di ascesa economica legata alle ingenti risorse investite nel Finale e al suo fondamentale ruolo di raccordo con il Ducato di Milano, potenziato nel 1666 con l'apertura della strada Beretta. In seguito anche il Finale fu coinvolto nel declino dell'Impero spagnolo. Questa fase si concluse nel 1713 con la vendita del Finale a Genova, che segnò la fine della sua autonomia.